Gabriele

Da sempre reputo molto interessante l’eclettismo artistico di Gabriele Altobelli, definendomi, a mia volta, un multiforme-complesso. Ma è della sua scultura che, in questo caso, parliamo, di un fare arte che non lavora più sul togliere dal pieno, ma sul fare emergere dal vuoto, quale espressione di una sintesi che evita ogni pesantezza di ordine cerebrale per affidarsi alla creazione di simboli o alla rivisitazione di tòpoi arcaici, archetipici, affioranti da un passato, senza rinunciare a immersioni quasi “cyborg” (probabile futura archeologia di questo Nontempo, venuto a seguito del Postmoderno) come in una sua opera che mi ha affascinato particolarmente, titolata “Meditazione”.

Il grande Henry Moore ebbe a dire: “Tutta la vera arte ha sempre racchiuso in se stessa elementi astratti e reali, così come vi coesistono elementi classici e romantici, ordine e sorpresa, intelletto e immaginazione, coscienza e inconsapevolezza”, compendio verissimo che si confà all’agire di Altobelli il quale, infine, affidandosi a materiali eterogenei, si dedica alla ricerca di una geometria che metta da parte ogni rappresentazione figurativa così da esprimere un amore puro per la materia, per poi, tramite la stessa, cercare un equilibrio ideale che oserei avvicinare al famoso “universo platonico”; non è quindi un caso che molti titoli dei suoi lavori si richiamino a stati d’animo, a componenti di un assoluto, a caratteristiche della psiche umana, nonché a certe vestigia dell’arte classica, poi ricreate-riplasmate traendo, da esse, l’essenza più profonda che le ha vissute e ancora le vive.

Quindi forme “totem”, quelle di Altobelli, potenti, in cui la consistenza, la coesione strutturale, viene a volte “ferita”, tagliata, per indicare l’incertezza che poi ci vive, quali esseri in continua mutazione, rivolti a una cessazione di ordine corporeo, e quelle varianti che sono tipiche della spazio-temporalità, dimensione che percepiamo, ma della quale, spesso, “la ragione non riesce a farsene una ragione” (e perdonate il bisticcio lessicale, ma che, almeno per me, poeticamente parlando, nel nostro caso rende).

Alla luce di queste premesse, l’arte di Gabriele Altobelli si presenta come un personale viaggio immaginifico, vissuto attraverso lo sviluppo delle forme e la sperimentazione di materiali diversi, utilizzati per raggiungere esiti indubbiamente originali in continuo dialogo con l’esistere e col divenire. Opere, le sue, quali vere architetture che possiedono la vita e la suggestione che ci trasmettono gli insiemi aventi un forte slancio concettuale e un’importante componente astratto-analitica, le quali non scordano di descrivere anche quel senso di provvisorietà e fragilità tipico della nostra epoca, reagendo alle stesse tramite l’affidarsi da un lato alla ragione e, dall’altro, alla narrazione, rivelandoci un Altobelli nel suo primo volto, cioè quello da intellettuale a tutto tondo.

Arte, perciò, pensata e sentita, in cui domina, per lo più, un ricercato spirito geometrico per cui ogni forma tende all’essenzialità volumetrica non senza consegnarci note, suoni, ritmi tipici di una composizione musicale, quale recupero di una memoria antropologica a cui il nostro artista, come ho enunciato in apertura, dà una sua personalissima interpretazione.

Quindi profondo senso della storia unito alla vertigine della contemporaneità, il tutto indirizzato verso la conoscenza e la costruzione di una possibile immagine del mondo, adottando, anche, segni e allegorie misteriose, quasi sciamaniche, perciò evocative, indicanti quelle verità nascoste che forse solo gli artisti di talento captano, al fine, poi, di darne rappresentazione.

A suo tempo scrisse il poeta e narratore tedesco Hans Magnus Enzensberger riferendosi alla mente umana: “Ogni orientamento presuppone disorientamento. Solo chi ha sperimentato lo smarrimento può liberarsene. Il labirinto è fatto perché vi si entri e si vada erranti in esso. Ma il labirinto costituisce pure una sfida al visitatore perché ne ricostruisca il piano e ne dissolva il potere. Se egli ci riesce, avrà distrutto il labirinto; non esiste labirinto per chi lo ha attraversato”.

Ma a quale livello, oggi, per l’artista, il punto dove tagliare la siepe che compone le pareti del dedalo così da uscirne? Per Altobelli il possibile luogo dove usare la lama  è quello che si pone sul limite, al fine, poi, di guardare oltre, verso le stelle e la luce, una volta spezzato il diaframma che un triste reale spesso ci impone.

Diceva, nel giusto, uno dei miei maestri, Umberto Eco: “Un’opera d’arte è forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo esattamente calibrato, è altresì aperta, per la possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriducibile singolarità ne risulti alterata. Ogni fruizione è così una interpretazione e una esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva originale”. A tale lezione si è rifatto anche Altobelli, nella decisa essenzialità che pratica, la quale si sostanzia in una vera e propria abdicazione e rinuncia verso qualsiasi aspetto di mera retorica, verso qualsiasi orpello decorativo ed esornativo, prediligendo lo scarno, a volte il semplice, i pochi elementi chiamati non a rinchiudersi in un qualcosa, bensì ad esprimersi con volontà, a rivelare i diversi stati d’animo di passaggio e di trasfigurazione. Dunque una scultura, la sua, liberata dal mondo esteriore, ma capace di farsi interprete e di trasmettere con straordinaria immediatezza l’impulso interiore, indicando le qualità etiche e l’èpos del contemplativo come prime basi del poter e del dover essere.

Gian Ruggero Manzoni